
Notizie del mio caro amico Avelino impegnato in una missione umanitaria in Colombia.
Ciao a tutti. Eccomi qua dandovi alcune notizie de come vanno le cose da queste parte del mondo. Grazie a Dio io sto benissimo. Come vedete en la foto, ho perso 13 chili, ma mi sento molto bene. Questa foto è stata fata il giorno del Mercoledì delle cenere. E’ tradizione segnarsi così e andare così per strada tutto il giorno. E’ grazioso vedere nella TV politici, figure pubbliche e presentatore di programmi con il segno della croce en la testa. Non avevo mai visto una cosa del genere, e le chiese strapiene per ricevere le cenere, e dopo seminariste e sacerdoti vanno addirittura alle scuole, ospedale, luoghi di lavoro, alle carcere, a tutti i posti, anche per strade distribuendo le cenere a tutti.
Come potete immaginare qui ci sono anche situazione davvero drammatiche. Sto visitando dei “hogares” (case o istituzioni) dove ho trovato dei bambini, ragazzi, giovani e adulti che sono vittime della droga, del conflitto militare, che hanno ucciso o che li hanno ucciso qualcuno della famiglia, che sono abbandonati della famiglia, o hanno scappato dei loro paesi per causa della guerra, che sono vittime di qualsiasi tipo di violenza. Ho visto e sentito cose che mai mi immaginavo vedere e sentire in vita mia, come per esempio bambini di 7/8 anni che stanno nel mondo della droga, o un ragazzo di 12 anni che con un arma appontata alla tempia è stato costretto ad uccidere un neo nato nelle braccia de su madre, se non moriva lui; una pratica comune utilizzata por “los guerriglieros” per non rimanere con la colpa.
Ho adottato una famiglia colombiana. La madre non lavora, il padre è in carcere pagando innocentemente por la colpa di altri (così succede con i poveri) e questo matrimonio ha cinque figli. Con i pochi Euro che portavo con me sono riuscito a pagagli la scuola e compragli tutto il material scolastico di cui avevano bisogno. So che è una goccia in questo immenso océano di miseria ma è un inizio.
Del resto è un popolo de una fede robusta che tante volte me emoziona. E’ un popolo accogliente, amico e pieno di docilità e che per sempre rimarrà nel mio cuore. E’ un paese pieno di ricchezza umana, culturale e naturale, ma è un popolo che soffre moltissimo.
E’ una esperienza di vita che mai dimenticherò, e tante concetti di vita hanno cambiato en il contatto con tutta questa bella gente. Ci penserò infinite volte prima di dire che ho fame, ho che me manca questo o quello, o prima di dire che ho dei problemi o delle difficoltà. Questa gente me ha insegnato a accontentarmi con quello che uno hai e di esserne felice così, perché la vita bella anche nella povertà.
Sono felice per sapere che stai conoscendo il mondo. Tuo viaggio a Londra sarà certamente de grande ricchezza per te.
Bene per oggi è tutto. Saluti a tutta la famiglia, specialmente a Cristian e Francesca che ricordo con affetto ogni giorno, e a tutti i amici. Un abbraccio speciale anche a D. Antonio, ditele che ogni giorno lo ritrovo en la preghiera e nella eucaristia. Un specialissimo abbraccio a tutti voi e alla nonna. Vi voglio tanto bene.
AVE
Da Concetta BrambillaIn fretta vi racconto solo che sono strani giorni,
pieni e vuoti allo stesso tempo di un sacco di cose.
Si può essere vuoti di un sacco di cose?
Meglio vuoti di un sacco di cose che pieni di niente.
Un inedito di al3simFuori dal finestrino non si vedeva che nero. Ogni tanto un rettangolo giallo di una finestra di una qualche casa lontana scivolava rapidamente con un guizzo sul vetro. Potrei essere benissimo in qualsiasi parte del mondo, pensai, ovunque. E invece no: intorno a me le lamiere verdine della littorina dalle luci fioche da pochi watt, i sedili ri-tappezzati da qualche anno per il restyling delle ferrovie statali, il colore giallo canarino del vano di ingresso e discesa dell’unico vagone componente il convoglio, mi riportarono schifosamente in quel ronzio di ferro su ferro sotto i sedili.
Nel piccolo anfratto tra un poggiatesta e l’altro, di fronte a me, intravidi il volto di una donna. La guardai per un attimo, non certo per una qualche morbosa curiosità, ma più che altro per l’inerzia e per la noia del viaggio di ritorno da Venezia, dopo una stancante giornata di studio. Poco dopo stavo già guardando le macchie di difficile classificazione sui sedili vuoti al mio fianco e la curiosa scritta sotto al finestrino lercio che, per mano di qualche anonimo passeggero, si era trasformata da pericoloso sporgersi in pericolo** **orge***.
Sorrisi piegando gli angoli della bocca all’insù, come mi avevano insegnato da piccolo, e sentii un piccolo clic dentro di me, appena dietro la nuca, come se qualche animale in agguato nel suo nascondiglio avesse catturato la preda che da tempo aspettava con pazienza. Sentii anche la pelle crespa di brivido, in allerta. Mi guardai intorno cercando qualcuno, qualcosa, e ritornai a guardare la donna nella fessura tra i sedili, questa volta con maggiore attenzione rispetto a prima. Di nuovo onde su tutta la superficie della pelle, come il cane della mia ragazza che, quando vede o solamente fiuta un altro maschio, increspa tutto il pelo sulla schiena in vista del pericolo. Allora compresi, leggendo i lineamenti di quel volto sconosciuto, cosa fosse a provocare in me quella spiacevole sensazione di disagio e stupore, quella stessa impressione di spaesamento che si prova cercando al buio un mobile in un posto, con la sicurezza derivante dall’abitudine di anni, dimenticandoci che lo abbiamo spostato il pomeriggio stesso in un’altra posizione della stessa stanza. Ecco: quella donna era fuori posto, nel tempo, pensai. Non avrebbe dovuto essere lì seduta tranquillamente a parlare con l’amica che le stava a fianco; non avrebbe potuto essere lì, perché era morta tempo fa e io lo sapevo che era già passato il suo tempo e che in quel momento, alle diciannove e venticinque dell’undici febbraio del duemilacinque, lei era totalmente fuori luogo, perché quella era mia zia, la sorella di mia madre, morta da più di dieci anni, per colpa di una cosa che da dentro l’aveva divorata fino a toglierle prima tutta la femminilità e poi la vita.
La somiglianza era impressionante: stesso taglio di capelli, le stesse rughe leggere che partivano dai bordi della bocca fino alle narici, la stessa sfumatura nel colore dell’iride, (spaventosamente) lo stesso modo di sorridere, il medesimo gusto nel truccarsi il viso, e poi la voce. Sembrava davvero mia zia e sembrava anche felice, come quei venerdì quando la sera ci portava, io e i miei fratelli, a mangiare la pizza con la Uno che aveva comprato da poco.
Così, quella sera in quel vagone, davanti a quella donna, non fui più sicuro che fosse l’undici febbraio del duemilacinque né, tanto meno, fui più sicuro di nient’altro da quel momento in poi.

...s been ok" che secondo il traduttore della interfree, in italiano viene tradotto come
"today filatoio meccanico di guadagno capitale".

Ieri,
Prima parte e concerto.
#4
Dlin, dlon... il comandante vi da il benvenuto nello spazio aereo italiano... dlin, dlon. E da li fin giu turbolenza.
Falshback: arrivati a London STN i bagagli stavano gia ruotando.
Roma CIA: 20 min di attesa per i bagagli annunciati nel punto di rimessa sbagliato e con l'acqua che ormai era filtrata anche nel beauty case. Il parking chiede l'inserimento di 2 euro, ne metto 5; 3 li trattiene di mancia.
#5
Leggere quello che mi son perso sti giorni.
#6
Resoconto finale per chi mi ha chiesto del viaggio:
usando delle parole di Concetta
-
in fretta vi racconto solo che sono strani giorni,
pieni e vuoti allo stesso tempo di un sacco di cose.
Si può essere vuoti di un sacco di cose? Meglio vuoti
di un sacco di cose che pieni di niente.#7
Al livello affettivo ora ho una raggaza infuriata con Beth Gibbons per avermi baciato su una guancia e gelosa della copertina di "Out of Season". Spiegateglielo voi perché io veramente non riesco.

#1
Roma CIA, London STN, Liverpool Street, Paddington,
Bristol, entrare nella stanza del Walkabout e lasciare
l'anima un'ora avanti.
La birra si beve tre volte di più che in Italia ed il rapporto è lo stesso per il costo della vita; bella la gente nei club come
la partita di rugby che passano in tv; passare dove suonavano quando il loro nome
era solo quello di una sobborgo.
Perdersi ed essere accompagnati da un taxi driver indiano con l'abre magic al curry; 5 minuti e gli occhi iniziano la loro danza notturna.
#2
Vedere la città dal punto più alto ed accorgersi che solo adesso l'orologio sballa di un'ora, gli scoiattoli non si spaventano ed i gabbiani ti rubano il panino uscendo dal fast food riducendo il numero dei piccioni che vengono continuamente derubati dell'immondizia dalla razza superiore.
Fino ad ora tutto è andato bene e se Dio fa parte di noi allora è stato lui a far scendere la neve su Bristol mentre mi strappavano il biglietto.
Bancone pieno, sala libera, palco troppo piccolo ma è in onore dei vecchi tempi.
Mi appoggio sulle sbarre in prima file, birra ghiacciata senza niente nello stomaco.
Daniele conversa con la burrosa accanto a lui, dice che Bristol non ha sentito in maniera particolare questo evento perché si son sentiti traditi dagli ideatori del Bristol Sound per non essersi fatti più vedere negli anni passati.
Robert Plant mi ricorda il prog rock, ma solo lui come persona, visto che i brani proposti vengono addizionati di suoni che si avvicinano di più al suono della città; con lui vien voglia di saltare e a quanto pare a molti di fumare.
Damon Albarn è arrivato con la sua chitarrina che avrebbe dovuto suonare su di una base che ha preferito farlo suonare senza di lei; così si và, Tender per tutti tanto per farsi una cantata insieme e ricordare che i Radiohead sbagliavano dicendo "Pop is dead".
Del Naja si guarda, ci guarda e se la canta come se in fondo va tutto bene e non c'è nessun bisogno di tutto il casino che il pubblico aveva tirato su, poi si gira dandoci le spalle e segue il tempo con una maracas fatta in casa che aveva tirato fuori da una tasca.
Daddy G colma l'assenza di Tricky ed Elizabeth Fraser interpreta Teardrop e Black Milk e se ne va, con in tasca l'anima di tutti noi, meravigliosa la voce che difficilmente si associa al suo fisico.
Sempre con una certa indifferenza Mr Del Naja si guarda intorno e adatta un rap su Glory Box proprio nel momento in cui il fumo aveva coinvolto tutti noi.
Lui se ne va ma il beat spinge ancora così la attendiamo, arriva sorridente e chiude il pezzo alla sua maniera, ma stavolta siamo noi a farla commuovere. Sembra che tutti siano venuti per sentire solo lei. Dopo anche Wandering Star, Sour Times, Mysterons e Roads.
Alla chitarra si masticano gomme e si suona con i crini di cavallo, alle tastiere si fan girare le trombe dell'amplificatore e di batterie se ne suonano due contemporaneamente. Poi la vedo com'è veramente, Beth Gibbons, è come la immaginavo; lentamente ci guarda come se le avessimo regalato il palco, scende lentamente e sorride. Si avvicina, la vedo negli occhi e sono dolcissimi, sono umidi, le labbra spalancate e ed i capelli sul viso; ora è qui davanti a me. mi guarda ed intona un "thank you". la sua mano destra sulle mia spalla, la sinistra intorno alla vita e le sue labbra sulla Mia guancia sinistra.
#3
Nulla di più interessante.
Non sarò veramente finito finché avrò questa storia da raccontare.

Dateci il tempo di riprenderci.
http://www.crisisinasia.co.uk/Se non fosse per Daniele, il mio compagno di viaggio, tutto questo non lo sognerei neanche.
Hai presente quando non si parla di album ma di progetto?
Hai presente quando quasi quasi ti dici "questi qui non ce li toglieremo di torno per diverso tempo"?
http://www.jetlag.tv/
Da una costola dei Bluvertigo.
E non dire che non ti avevo avvertito.
Come take us out of here
take us anywhere... oh yeah.

Un inedito della
ScribacchinaAvrei voluto scrivere sulla febbre, un
divertissement per misurarmi con Dostoevskj o piuttosto Baudelaire. E giravo per la casa, insonne, le labbra serrate, una mano sulle labbra; l’aspirina sommessamente bolleggiava in un bicchiere verde. Non le so contare le pecore, io. Adesso sono spaventate, perplesse da silenzi che via via s’ingrandiscono. Cercavo la musica necessaria, lo sfondo sul quale tessere il pensiero; il cuore gonfiava, messo nell’angoletto a frignare, a sommare i fatti, a tergiversare nella fisica quantica di un affetto finito… Le luci spente, una striscia di luna piena vera dalla finestra; fuori il gelo assoluto, la
détresse. Lo spazio tra me e te si è trasformato, è solido, è un luogo di doppia meditazione, dove nessuno di noi può più dire altro. Le labbra serrate, una mano in gola. Dovevo uscire, o bruciare.
Ho delle pietre, in tasca al cappotto. Cosa sono se non metafora dei resti, del rimasto. In fondo, mi dico mentre scendo le scale, nulla è durevole; tutto raggiunge un culmine e poi cambia. E’ la vita. Strisce di luce colorata scappano dalle macchine e dai camion, fluttuano dai bar aperti. Una confusione che mi fa chiudere gli occhi. Tutto è spento sulla tangenziale, sull’autostrada, sulle consolari. Vai, Mozart: “
Ah, soccorso…” Parto, ed è come togliersi un fiocco di polvere dalla spalla: è stringersi a sé, e sotto questo peso cinetico mi lavo dal rancore…
Perché ho camminato con te, dividendoci un trancio di pizza infinito di giorni e parole.
Ci vedevamo dalle punte delle ciglia, era vero sguardo, io ti sapevo.
E adesso hai scelto un altro ramo dello scambio, ti vedo andare, la tua motrice va sotto la pioggia.
Conserverò la scia.

Un inedito di
FriedaTi vedo, osservo.
Ecco, apri la portiera, guardandoti attorno. Sali in macchina ma non parti.
Guardi fisso davanti a te un vuoto, mascherato da sopracciglia corrucciate.
Sbatti la mano sul volante; una seconda, una terza volta.
Accendi il motore, girandoti dopo aver ingranato la retro, il braccio destro attorno al sedile del passeggero.
Sento i nervi del tuo collo sussultare e scricchiolare di tensione per il movimento rapido della testa, che si volta nuovamente in avanti.
Qualche metro in retromarcia, molto lentamente; poi la prima e l’accelerata.
Sei agitata e non dissimuli. La perfetta mistificatrice che rincorri è rimasta appesa al giallo nicotina che sporca alcune dita.
Zelante neofita bagnata da acque profane e sconsacrate, individualista promiscua fino al limite più estremo del parossismo: galleggi, come olio nell’acqua, ostentando affettazione anche quando peli le patate, o ti infili le mutande.
Ora frughi nella borsa e nello specchietto retrovisore.
Solo un’occhiata fugace senza troppi ripensamenti, un’occhiata sbilanciata dalla parte opposta rispetto al riflesso del vetro.
Ti seguo, spio.
Dalla mia postazione distinguo ogni riflesso dei tuoi capelli, accesi e spenti dai fanali delle auto che ti sorpassano.
Accesi e spenti, accesi e spenti. Accesi e spenti.
Ricevi distintamente la mia presenza: il dono dell’ubiquità è all’occorrenza ingannevole.
Ti fermi, ed afferri con entrambe le mani lo specchietto retrovisore.
La condanna più gravosa che ti è stata inflitta è il talento nel non riuscire a vederci dentro quello che ci vedi.

Un inedito della
ScribacchinaSotto le ruote del treno, pezzi di metallo senza sbavature, sento delle piccole batterie. Ci sono delle spazzole che marcano un ritmo orizzontale. Fuori, linee e linee in una prospettiva parallela; dove portano, non lo so. Nessun punto di fuga: è piuttosto l’arrivo lì lontano, che mi tenta. Ti scrivo questa lettera con frasi prese dai miei movimenti; in sottofondo, il giornale aperto, un lieve odor di umanità, trillare di telefoni, presenza di valigie e di corpi che mi disturbano nella loro materia. Il tuo sorriso un po’ arreso un po’ triste mi va dal ricordo alle mani, e lì sta come sapone, iridescente bolla che formo e riformo intorno a me. Quei tuoi gesti crostacei, che seducono insieme me come carnivora e me come venusiana; provo a scomporli in unità semplici, fino al puro rapporto umano non mediato dal rumore che fanno gli altri intorno a noi, con noi, prodotto delle loro operazioni matematiche in cui a volte siamo infinito e a volte zero. Scendo e mi fermo un secondo a guardare il travertino, una pagina bianca scritta e riscritta dal tempo e dalle attese, e so di aver scritto anch’io dei nomi, che poi ho lasciato cancellare e ricoprire nella cruda luce di tante mattine. Ho un momento di
défaillance. A chi appartengo? La stazione è vuota. Tra i binari rotolano pezzi di carta, erbacce strappate. L’orologio imperioso fuoriesce dal mio maglione disegnando una sezione di arco fino ai miei occhi distratti: riflette il sole, per me. Ti lascio con un abbraccio immaginato, nuvola di calore che si disfa contro i pilastri, sulle panchine, e che non ritroverò più...

D'un tratto ho voglia di prendere la mia cabrio rossa del '68, un tattoo con Nina Persson sulla spalla e Marlboro rosse morbide nel taschino della camicia a maniche corte della Rip Curl; occhiali da sole e cappello australiano. Al mio fianco un bel pupazzo con il braccio di fuori mi guarda felice. Mi gratto uno stinco con la magnum, barba che pizzica per una donna che mi accarezza il viso, sento il rossetto che mi sporca le guance e l'aria che mi fa lacrimare gli occhi. Rosa rossa in bocca e jeans strappati; serpenti, piante grasse e camion guidati da donne che fanno ciao con la mano. 50 miglia ancora per Las Vegas, benzina, birra e fast food.
Si e poi mi sveglio tutto sudato davanti al pc...
Tecnologia e competenza: questa la formula delle aziende del Gruppo Telecom Italia per dare ai propri clienti i servizi più evoluti in tutti i campi dell'ICT. Reti a banda larga, fisse e mobili di ultima generazione per telecomunicazioni, internet e TV, prodotti per ufficio e applicazioni specializzate per il mondo dei servizi: un’offerta completa e innovativa.
Con 100 anni di esperienza però dovrebbero sapere che i fili non vanno tranciati. Al massimo rinnovati, ecco tutto.

Risponde la segreteria di Damiano. Il blogger cercato si trova appena oltre un fascio di cavi telefonici cortesemente tranciati dalla competente compagnia. Lo si consideri pertanto momentaneamente muto e irraggiungibile.
Se lo desiderate, lasciate un messaggio dopo la scritta
commenti. Grazie.

Ho inviato degli aggiornamenti per quanto riguarda Il Progettino, per chi invece vuol partecipare o ricevere altre informazioni, basta mandare una mail.